Family wine: Elisabetta Foradori

La signora del vino in anfora

4 Maggio 2020

Nel cuore del Campo Rotaliano, abbracciata dalle Dolomiti in una sorta di rientranza della Valle dell’Adige, ci imbattiamo in una splendida architettura rurale con un ingresso sormontate da un grande cancello. E’ la cantina dell’azienda Foradori, a Mezzolombardo, dove si respira ancora aria di tradizione, di lavoro non contaminato dal modernismo delle troppe tecnologie.

Vi troviamo la quarta generazione di vignaioli che continua a lavorare costantemente per far crescere piante che mantengano la loro spontaneità espressiva. “Come custodi della terra – ci racconta Elisabetta Foradori – crediamo che il nostro lavoro si misuri con il tempo, con i ritmi della natura, con l’attesa che le piante crescano, invecchino, diano frutti; che il vino si evolva lentamente nel silenzio e nell’oscurità della cantina”.

Fondata nel 1901, e gestita dalla famiglia Foradori a partire dal 1939, l’Azienda Agricola Foradori ha sempre lavorato per valorizzare l’antica varietà locale del Teroldego (vitigno a bacca nera coltivato esclusivamente in Trentino).

Un’importante slancio in questa direzione è avvenuto, poi, nel 2002 con la conversione dell’Azienda al metodo agricolo biodinamico. Lo si deve proprio al lavoro di Elisabetta e di Rainer Zierock, attraverso la coltivazione e la valorizzazione degli antichi “genotipi” vitati. Negli anni il lavoro è stato totalizzante proprio in questa direzione, per la conservazione e la rigenerazione genetica di questo vitigno autoctono. Oggi, i loro figli Emilio, Theo e Myrtha Zierock continuano a lavorare in questa direzione.

Oltre che sul vino, l’Azienda concentra i propri sforzi anche sulla coltivazione di ortaggi e sull’allevamento della razza bovina Grigio Alpina per la produzione di formaggi. Un sistema produttivo per costituire un complesso ed equilibrato organismo agricolo all’ombra delle Dolomiti.

Ma torniamo alla visita in Cantina. Appena entrati il luogo ti invita agli assaggi. Qui la vinificazione è semplicissima, tini in legno e vasche in cemento, solo alcune in acciaio. Nella parte della vecchia cantina costruita in pietra locale a vista, quasi un monumento, ci si ferma ad ammirare le imponenti colonne mentre per terra si calpesta un pavimento composto da ghiaia del torrente vicino.

Ed ecco i legni, botti grandi per il Foradori mentre tante barrique per il Granato, che via via andranno sostituite dalle nuove anforette in terracotta nel mentre le macerazioni si protraggono a lungo nell’ambiente protetto della cantina. Elisabetta non ha ritenuto necessario interrare le anfore, la cantina ha sufficiente inerzia termica senza dover ricorre all’isolamento naturale della terra.

Quella che può apparire come la rivoluzionaria del Teroldego ha saputo invece trovare una strada fatta di scelte coraggiose con un unico obbiettivo in mente, fare del Teroldego un esempio di qualità. Impianti rinnovati, una selezione accurata, la scelta del legno piccolo e non ultimo il passaggio alla biodinamica in vigna, ormai, circa diciotto anni addietro. In cantina non possiamo che notare l’attenzione per i particolari.

Qui, infatti, sono le piccole cose che fanno fare grandi vini.

Ora bisogna lasciare parlare il vino. Nosiola “anfora” con otto mesi di macerazione sulle bucce. Colore paglierino e un’esplosione di profumi di agrumi e spezie. Poi c’è il Teroldego “anfora” da uve del vigneto Sgarzon e veniamo sopraffatti da frutta rossa e erbe in fiore. Infine, il Teroldego “anfora” da uve del vigneto Morei un vino elegante in cui l’uva non è coperta da nulla, puro succo fermentato.

Vini con un certo carattere, come quello di Elisabetta e della sua famiglia, in un percorso produttivo e personale iniziato con la presa delle redini dell’azienda di famiglia dopo la scomparsa, prematura, del padre.

Elisabetta terminati gli studi enologici alla scuola di San Michele all´Adige ha dovuto affrontare la sua prima vendemmia. Anno dopo anno, ha cominciato a favorire la biodiversità piantando siepi intorno alle vigne e vecchie varietà di frutta, reintroducendo anche gli animali.

E dal 2002, come si diceva, ha iniziato a lavorare i vini con metodi biodinamici, mantenendo integra l´esigenza di stare dentro la natura, fonte di energia e luogo di quiete. E oggi a Mezzolombardo si respira tutto questo. Prosit!

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